Sete di Parola di Questa Settimana

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Domenica 17 Febbraio 2019 > Domenica della Sesta Settimana

Liturgia della Parola > Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone. Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti».

…è meditata

Davanti al Vangelo del­le beatitudini provo ogni volta la paura di rovinarlo con le mie parole: so di non averlo ancora ca­pito, continua a stupirmi e a sfuggirmi. «Sono le parole più alte del pensiero umano» (Gandhi), parole di cui non vedi il fondo. Ti fanno pen­soso e disarmato, riaccen­dono la nostalgia prepoten­te di un mondo fatto di bontà, di sincerità, di giusti­zia. Le sentiamo difficili ep­pure amiche: perché non stabiliscono nuovi coman­damenti, sono invece la bel­la notizia che Dio regala gioia a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa ca­rico della sua felicità.

Beati: parola che mi assicura che il senso della vita è nel suo intimo, nel suo nucleo ulti­mo, ricerca di felicità; la feli­cità è nel progetto di Dio; Ge­sù ha moltiplicato la capacità di star bene!

Beati voi, poveri! Non beata la povertà, ma le persone: i poveri senza aggettivi, tutti quelli che l’ingiustizia del mondo condanna alla soffe­renza.

La parola «povero» contiene ogni uomo. Povero sono io quando ho bisogno d’altri per vivere, non basto a me stesso, mi affido, chiedo perdono, vi­vo perché accolto. Ci saremmo aspettati: bea­ti perché ci sarà un capo­volgimento, perché diven­terete ricchi. No. Il proget­to di Dio è più profondo e più delicato.

Beati voi, poveri, perché vo­stro è il Regno, già adesso, non nell’altro mondo! Beati, perché è con voi che Dio cambierà la storia, non con i potenti. Avete il cuore al di là delle cose: c’è più Dio in voi, siete come anfore che posso­no contenere pezzi di cielo e di futuro.

Beati voi che piangete. Bea­ti non perché Dio ama il do­lore, ma perché è con voi contro il dolore; è più vicino a chi ha il cuore ferito. Un an­gelo misterioso annuncia a chi piange: il Signore è con te, è nel riflesso più profon­do delle tue lacrime, per moltiplicare il coraggio, per farsi argine al pianto, forza della tua forza.

Dio naviga in un fiume di la­crime (Turoldo): non ti salva dalle lacrime, ma nelle lacri­me; non ti protegge dal pian­to, ma dentro il pianto. Per farti navigare avanti.

Guai a voi ricchi: state sba­gliando strada. Il mondo non sarà reso migliore da chi ac­cumula denaro; le cose sono tiranne, imprigionano il pen­siero e gli affetti (ho visto gen­te con case bellissime vivere solo per la casa) Diceva Ma­dre Teresa: ciò che non serve, pesa! E la felicità non viene dal possesso, ma dai volti.

Se accogli le Beatitudini la loro logica ti cambia il cuo­re, sulla misura di quello di Dio. E possono cambiare il mondo.

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Nell’interesse della comunità per la quale scrive (Luca scrive per delle comunità che vivono in seno al mondo pagano, in città ricche di benessere) egli stigmatizza il mondo dei ricchi, dei gaudenti, degli arrivati, e lo giudica dall’alto delle esigenze di Gesù. O forse giudica anche alcuni compromessi mondani che la sua stessa comunità era tentata di fare.

…è pregata

O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e in quanti custodiscono la tua parola con cuore retto e sincero, rendici degni di diventare tua stabile dimora. Amen.

…mi impegna

“Beati voi che ora piangete”. Gesù ci assicura che Dio vuole superare tutto il male che ci fa soffrire. Ha bisogno che gli diciamo: “Mi fido di te e a te mi affido!”. Mi ricorda anche che, quando io soffro (malattia, stanchezza, fallimento, angoscia, paura, solitudine…), posso fare tanto bene con la mia sofferenza, se gli dico: “Soffro con te. Unisco la mia pena alla tua”. Davanti al dolore degli altri, poi, mi chiede di fare del bene a coloro che soffrono. In che modo? Es. dando loro tempo, attenzione, ascolto, compagnia, aiuto materiale etc.. Tutto questo lo riceve Egli stesso, nascosto in ognuno di loro.

Fare del bene con la nostra sofferenza. Fare del bene a chi soffre.


Lunedì 18 Febbraio 2019 > Lunedì della Sesta Settimana

Liturgia della Parola Gn 4,1-15.25; Sal 49; Mc 8,11-13

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, vennero i farisei e incominciarono a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione». E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all’altra sponda.

…è meditata

Nessun segno, nessuno. Gesù è stanco di dare segni, di dover superare esami, di essere sempre sul banco degli imputati. Dio è esasperato dalla nostra mancanza di fiducia, dalla nostra ottusità, come se dovesse continuamente dimostrarci qualcosa, come se dovesse continuamente combattere per dimostrare che è ed è presente. Segni, chiediamo segni, ancora oggi. E non ci bastano i tantissimi segni che riceviamo, ci mancherebbe. Non ci basta la Parola che nutre i nostri cuori, né i sacramenti che rendono la presenza di Cristo reale ed accessibile. Non ci basta l’esperienza della comunione ecclesiale né la profezia. Non ci bastano i tantissimi segni quotidiani di attenzione e tenerezza che Dio ci mostra. Abbiamo bisogno di segni eclatanti, di miracoli ed apparizioni. Corriamo dietro ai veggenti, strattoniamo Dio e alziamo la voce. E Dio tace. Nessun segno, ci mancherebbe. Se non sappiamo riconoscere la presenza del Signore attorno a noi come potremo mai credere davanti a un qualunque segno? Spalanchiamo il nostro sguardo, oggi, per riconoscere la presenza del Signore attorno a noi…

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La vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere
Perché tutto è un miracolo tutto quello che vedi
E non esiste un altro giorno che sia uguale a ieri
Tu allora vivilo adesso come se fosse l’ultimo
E dai valore ad ogni singolo attimo.

…è pregata

Aiutami, Signore, a credere che il, più grande segno dato all’umanità è la tua stessa vita di amore e di sacrificio per la nostra salvezza.

…mi impegna

Oggi la domanda è sui segni: chiedere un segno, a fronte magari di evidenze già tali, è un atto di sfiducia. Il segno è una garanzia ulteriore, perché non basta la promessa e non ci si fida della parola data. Il segno è la rappresentazione soggettiva del risultato atteso, come se questo debba per forza prendere i contorni che gli diamo noi. La storia della rivelazione è un continuo dono di segni, fino a Gesù, il segno di contraddizione, che svela quello che è nel cuore di ogni persona. Ma i segni della rivelazione non tolgono la fatica della ricerca.

Cercherò di trovare un po’ di tempo per  stare ai piedi della croce : il segno  dell’amore fedele di Dio.


Martedì 19 Febbraio 2019 > Martedì della Sesta Settimana

Liturgia della Parola > Gn 6,5-8; 7,1-5.10; Sal 28; Mc 8,14-21

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». E quelli dicevano fra loro: «Non abbiamo pane». Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non capite ancora?».

…è meditata

Ieri parlavamo della durezza di cuore dei farisei che mettono alla prova Gesù. E qualcuno di noi – probabilmente – in assoluta sincerità di cuore, avrà pensato di non poter essere annoverato tra coloro che mettono sempre alla sbarra Dio. Bene! Attenti però al rischio numero due, quello dei discepoli: l’incomprensione. Gesù parla loro del lievito da cui guardarsi, dell’atteggiamento cioè dei farisei che può insinuarsi anche nella primitiva comunità (ma va?) e di quello di Erode che vede in Gesù un avversario, in Dio un concorrente; e loro, gli apostoli, in maniera incredibilmente ottusa, cominciano a dissertare sulla loro merenda. Pericolo incombente, quello descritto da Gesù (e dagli apostoli che non esitano a raccontarlo nel vangelo), di chiudersi in un ragionamento piccolo, di non avere più fiato e ali per volare in alto. Succede, alle volte, nelle nostre comunità di ingrandire a dismisura i problemi piccoli e piccolissimi per non vedere invece quelli grandi e ingombranti, chiudere il recinto del piccolo gregge per paura del confronto col mondo esterno. Chiediamo davvero al Signore di renderci liberi dalle incomprensioni, di non ripiegarci su noi stessi, se egli ci chiama a capire in profondità ciò che accade a noi e alla storia, chiediamogli di scuotere e provocare le nostre comunità quando perdono mordente e profezia.

Tu ci chiedi di stare attenti al lievito dei farisei, che può contagiare le nostre comunità con l’eccessiva attenzione all’esteriorità, e al lievito di Erode, che aggiunge il calcolo politico alla libertà evangelica; e noi, troppo spesso, siamo preoccupati delle questioni materiali. Abbi pietà di noi, o misericordioso!

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L’opacità dello sguardo interiore, la sordità dell’anima e soprattutto quell’indurimento del cuore che chiude la persona dentro le preoccupazioni e gli affanni della vita: questo è male. Senza un continuo respiro di speranza, senza fiducia, e senza memoria di Dio e dei suoi grandi, continui benefici la vita infatti diventa pesante, e perde mordente e significato. Per questo Gesù rimprovera i discepoli. Ma non interpella forse anche me battezzato, che non vivo la grande vocazione del mio essere cristiano?

…è pregata

Signore aiutami a fare chiarezza nella mia vita; accendi una luce nell’oscurità del mio cuore perché possa compiere un cammino di speranza e di conversione. Amen.

…mi impegna

Cos’è che impedisce ai discepoli di afferrare il senso di questi avvenimenti? “Il vostro cuore forse è indurito? – chiede loro Gesù interpellandoli nel profondo -, avete occhi e non vedete, orecchi e non udite?”.

Il cuore è il luogo dell’interiorità in cui s’intrecciano le facoltà dello spirito: l’intelletto la volontà e i moti del profondo: sentimenti, passioni, istinti. E’ qui che decidiamo di stare pro o contro Dio. Durezza di cuore significa dunque chiusura verso Dio e i fratelli, ripiegamento idolatrico sull’io, incredulità. E di questa sclerosi del cuore siamo tutti malati ma, al contempo, tutti potenzialmente capaci di guarigione, ossia di conversione, nella misura in cui riconosciamo che “un Pane solo”, Gesù, può saziare la nostra fame d’infinito.


Mercoledì 20 Febbraio 2019 > Mercoledì della Sesta Settimana

Liturgia della Parola  Gn 8,6-13.20-22; Sal 115; Mc 8,22-26

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».

…è meditata

Non sempre la conversione avviene in maniera immediata; talora, sembra suggerirci il cieco di oggi, le cose avvengono progressivamente, come per il cieco della parabola. E’ il Signore a condurlo fuori dal villaggio, per mano, per stare insieme, loro due soli, fuori dalla confusione della folla. La guarigione avviene progressivamente, il riacquistare la vista interiore, lo sguardo della fede, può non essere una cosa immediata: l’uomo confonde ancora le persone con gli alberi! Vero: mi è già successo di incontrare persone che hanno conosciuto il Signore, magari sull’onda di una forte esperienza di vita: un ritiro, un movimento, un pellegrinaggio e di sentirsi, in tutta umiltà, cambiati ma – ahimé – senza quella raffinatezza interiore che permetta loro di vedere chiaramente a distanza ogni cosa. Così, magari, non tutte le cose sono chiare, l’interpretazione della parola avviene in maniera approssimata e un po’ magica, si rischia di dimenticare la delicatezza e la diplomazia diventando un po’ troppo insistenti nell’annuncio. Una cosa è certa: nel vangelo di oggi ci viene detto che tutta la vita ci è necessaria per conoscere il Signore Gesù, che tutta la vita ci è necessaria per ricevere luce a sufficienza per annunciarlo là dove siamo. Con pazienza, allora, che sia il Signore a illuminare il nostro sguardo!

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Questo miracolo è un po’ strano: Gesù lo compie faticosamente, in due riprese. Gli altri evangelisti non lo raccontano, forse un po’ scandalizzati che Cristo non operi subito il miracolo, in una volta sola. Che fatica fa Gesù per fare di me un cristiano, e quanta resistenza trova! Quanta fatica per salvare una creatura, far vedere i ciechi! Sembra quasi che gli uomini preferiscano rimanere ciechi.

…è pregata

Sono tante le cose che oggi ci allontanano da Te ed entrano nella nostra vita distogliendoci dalla realtà. Aiutaci a non cadere nell’inganno e a vedere con chiarezza che l’unica Verità sei Tu. Amen.

…mi impegna

Quel cieco, stando vicino a Gesù, comincia a vedere. Ma la sua vista è ancora confusa. Accade così anche a noi quando ci avviciniamo al Vangelo: iniziamo a vedere cose nuove, ma non tutto ci appare chiaro. Gesù interviene di nuovo, impone le mani su quell’uomo, ed egli finalmente vede con chiarezza. Si potrebbe dire che la vicinanza con Gesù, la sua frequentazione, rende sempre più chiari gli occhi del nostro cuore. Il Vangelo è un vero “collirio” che va versato ogni giorno nei nostri occhi e li guarisce. E’ istintivo, infatti, che noi torniamo sempre a guardare solo noi stessi e a non renderci conto davvero di quel che accade attorno.


Giovedì 21 Febbraio 2019 > Giovedì della Sesta Settimana

Liturgia della Parola > Gn 9,1-13; Sal 101; Mc 8,27-33

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

…è meditata

“Chi è Gesù?”. Questa domanda, nel Vangelo di Marco, occupa persino il centro fisico della narrazione, tanto è determinante. Potremmo dire che è una domanda centrale. Ed è centrale anche oggi, all’inizio di questo terzo millennio. E’ necessario che la nostra generazione ascolti ancora una volta la domanda che Gesù fece ai Dodici: “Voi, chi dite che io sia?” Gesù sta ancora in Galilea e l’evangelista suggerisce che di qui inizia il viaggio di Gesù verso Gerusalemme. L’affermazione di fede di Pietro, a nome di tutti, appare chiara: “Tu sei il Cristo!” che significa il Messia, cioè il consacrato da Dio. E ha fatto bene Pietro a confessare la sua fede. E’ il modo giusto per iniziare quel viaggio, per iniziare questo nuovo secolo. Ma è una fede ancora fragile, bisognosa di essere nutrita dal Vangelo. Gesù, infatti, è costretto a sconfessarlo duramente, subito dopo. Di fronte alla profezia della passione, ossia di un regno che avrebbe comportato anche la morte, Pietro fa ostruzione. Colpito dalla necessità della passione, non ascolta neppure l’annuncio della risurrezione, pur presente nelle parole del Maestro. Gesù, con asprezza inaudita lo paragona al principe del male: “Vai dietro a me, satana! Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

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Coloro che professano di essere di Cristo si daranno a conoscere da quello che fanno. L’opera autentica, infatti, non consiste nel fare una professione di fede adesso, ma consiste nel fatto che uno sia trovato fino alla fine nella potenza della fede.
Sant’Ignazio di Antiochia

…è pregata

Cristo è tutto per noi!
Se vuoi curare una ferita, Egli è il medico;
se sei riarso dalla febbre, Egli è la fonte;
se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia;
se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza;
se temi la morte, Egli è la vita;
se desideri il cielo, Egli è la via;
se sei nelle tenebre, Egli è la luce …
Gustate e vedete come è buono il Signore:

beato è l’uomo che spera in Lui!

Sant’Ambrogio

…mi impegna

Essere suoi discepoli significa professare una fede che ci coinvolga esistenzialmente. Una professione che attesti il nostro personale incontro con la persona di Cristo e non semplicemente un’idea, magari anche esatta.


Venerdì 22 Febbraio 2019 > Cattedra di San Pietro, apostolo

Il 22 febbraio per il calendario della Chiesa cattolica rappresenta il giorno della festa della Cattedra di San Pietro. Si tratta della ricorrenza in cui viene messa in modo particolare al centro la memoria della peculiare missione affidata da Gesù a Pietro. In realtà la storia ci ha tramandato l’esistenza di due cattedre dell’Apostolo: prima del suo viaggio e del suo martirio a Roma, la sede del magistero di Pietro fu infatti identificata in Antiochia. E la liturgia celebrava questi due momenti con due date diverse: il 18 gennaio (Roma) e il 22 febbraio (Antiochia). La riforma del calendario le ha unificate nell’unica festa di oggi. Essa – viene spiegato nel Messale Romano – “con il simbolo della cattedra pone in rilievo la missione di maestro e di pastore conferita da Cristo a Pietro, da lui costituito, nella sua persona e in quella dei successori, principio e fondamento visibile dell’unità della Chiesa”.

Liturgia della Parola  > 1Pt 5,1-4; Sal 22; Mt 16,13-19

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

…è meditata

Per me chi è Gesù? Questa è la domanda decisiva che il vangelo oggi pone a ogni uomo o donna che voglia seguirlo. Da alcuni anni Gesù di Nazaret cammina per le strade della Galilea, e l’eco della sua fama è giunto fino in Giudea. Alcuni lo cercano per i suoi miracoli, altri lo guardano con sospetto perché sovverte le loro attese di un Messia potente. Ecco che un giorno, mentre si trova in disparte con i suoi discepoli, Gesù chiede loro informazioni su ciò che la gente pensa e dice di lui. Le risposte sono diverse, ma Gesù incalza, vuole una risposta più mirata: “Ma voi”, voi che mi seguite, che vivete con me, che mi ascoltate e siete testimoni del mio parlare e agire, del mio stile di vita, “voi chi dite che io sia?”. Forse, dopo un silenzio un po’ imbarazzato, Simon Pietro, con audacia, coraggio e convinzione esclama: “Tu sei il Cristo, cioè il Messia, il Figlio del Dio vivente”. E’ lo Spirito che ha parlato in lui. Per questo Gesù lo chiama “Beato”.

La voce di Gesù
“Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede, e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.

…è pregata

Concedi, Dio onnipotente, che tra gli sconvolgimenti del mondo non si turbi la tua Chiesa, che hai fondato sulla roccia con la professione di fede dell’apostolo Pietro. 

…mi impegna

Pietro diventa scoglio a cui aggrapparsi in questo tempo di immense incertezze, riferimento umile e saldo del Vangelo vissuto e custodito in questa lunga storia di gioie e di persecuzioni. Questo oggi celebriamo: l’unità della fede custodita creativamente da Pietro, per lui oggi preghiamo e lui affidiamo al suo e nostro Maestro, che lo assista nel difficile compito di tenere sempre orientata la barca della fede verso la luce.

Preghiamo, fratelli carissimi, per la santa Chiesa di Dio: il Signore le conceda unità e pace, la protegga su tutta la terra, e doni a noi, in una vita serena e tranquilla, di render gloria a Dio Padre onnipotente.

Dio onnipotente ed eterno, che hai rivelato in Cristo la tua gloria a tutte le genti, custodisci l’opera della tua misericordia, perché la tua Chiesa, diffusa su tutta la terra, perseveri con saldezza di fede nella confessione del tuo nome.

Preghiamo il Signore per il nostro santo padre il papa Francesco: il Signore Dio nostro, che lo ha scelto nell’ordine episcopale, gli conceda vita e salute e lo conservi alla sua santa Chiesa, come guida e pastore del popolo santo di Dio.

Dio onnipotente ed eterno, sapienza che regge l’universo, ascolta la tua famiglia in preghiera, e custodisci con la tua bontà il papa che tu hai scelto per noi, perché il popolo cristiano, da te affidato alla sua guida pastorale, progredisca sempre nella fede.


Sabato 23 Febbraio 2019 > San Policarpo, vescovo e martire

Nato a Smirne nell’anno 69 «fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l’Asia nella Chiesa di Smirne». Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia. Policarpo viene messo a capo dei cristiani del luogo verso il 100. Nel 107 è testimone del passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio. Policarpo lo ospita e più tardi Ignazio gli scriverà una lettera divenuta poi famosa. Nel 154 Policarpo va a Roma per discutere con papa Aniceto sulla data della Pasqua. Dopo il suo ritorno a Smirne scoppia una persecuzione. L’anziano vescovo (ha 86 anni) viene portato nello stadio, perché il governatore romano Quadrato lo condanni. Policarpo rifiuta di difendersi davanti al governatore, che vuole risparmiarlo, e alla folla, dichiarandosi cristiano. Verrà ucciso con la spada. Sono circa le due del pomeriggio del 23 febbraio 155.

Liturgia della Parola > Eb 11,1-7; Sal 144; Mc 9,2-13

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. E lo interrogavano: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». Egli rispose loro: «Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa; ma, come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato. Io però vi dico che Elia è già venuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto di lui».

…è meditata

L’evento della Trasfigurazione è posto da Marco al centro della sua narrazione evangelica, quasi a sottolinearne la centralità sia nella vita di Gesù che in quella della comunità cristiana che i tre discepoli rappresentano. Sono passati “sei giorni” e, al settimo (la domenica), i tre discepoli, assieme a Gesù, salgono sul monte ove avviene la trasfigurazione. E’ una scena straordinaria che mostra con chiarezza chi sia Gesù: il Messia che avevano preannunciato le Scritture (Mosé ed Elia, i due profeti che colloquiano con Gesù). E’ la seconda volta, dopo il battesimo, che l’evangelista fa udire sulla terra la voce che viene dal cielo. Questo evento straordinario che rivela il mistero di Gesù ai discepoli potremmo paragonarlo a quanto accade ogni domenica nella celebrazione della Liturgia Eucaristica. E’ Gesù che ogni domenica ci convoca attorno a lui sul monte della santa Liturgia. Sull’altare Gesù si trasfigura, divenendo cibo e bevanda per la nostra salvezza. E dal cielo scende anche per noi la voce di Dio: è la proclamazione delle Sante Scritture. E anche a noi, discepoli dell’ultima ora, è concessa la grazia di poter partecipare allo svelamento del mistero e di poter dire con Pietro: “E’ bello per noi stare qui”.

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Abbiamo urgente, assoluto bisogno di recuperare il senso del bello nella nostra vita. La bellezza risulta essere una straordinaria forza che ci attira verso Dio, che in sé è armonia, pienezza, verità. Quante volte mi viene da dire, a chi mi chiede della fede: è bello credere. E bello e svela in me e negli altri l’intima e nascosta bellezza che lega le persone, gli avvenimenti, le emozioni. Quanti uomini e donne, nella storia, si sono avvicinati alla fede perché attratti dalla bellezza del Cristo, dalla sua ineguagliata umanità, dalla sua profonda tenerezza, dalla sua stupefacente maturità. Sì: è bello essere qui, Signore, è bello essere tuoi discepoli.

…è pregata

O Dio, Signore e Padre di tutti gli uomini,  che hai unito alla schiera dei martiri  il vescovo san Policarpo,  concedi anche a noi per sua intercessione
di bere al calice della passione del Cristo  e di comunicare alla gloria della risurrezione

…mi impegna

Oggi, nel mio rientro al cuore, visualizzo la scena della trasfigurazione e contemplo Gesù come luce del mio esistere, come Parola che illumina e salva. Gli dirò parafrasando la Lettera di Pietro:“Ti amo Gesù anche senza averti visto e perciò il mio cuore esulta di gioia indicibile: che io ti ascolti e viva”.


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