Sete di Parola di Questa Settimana

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Sete di Parola dal 17 al 23 Novembre 2019


Trentatreesima Settimana del Tempo Ordinario dell’Anno C

a cura di Don Claudio Valente

Avrete occasione di dare testimonianza. Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.

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Domenica 17 Novembre 2019 > Giornata dei poveri

Liturgia della Parola  > Ml 3,19-20; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

…è meditata

Il tempio di Gerusalemme era considerato una delle sette meraviglie del mondo. Ed ecco che ad alcuni che ammirano e magnificano il tempio, vantando le gigantesche pietre e i preziosi doni votivi, Gesù dà un annuncio terribile: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. Quasi a voler ricordare che tutto passa, solo Dio è eterno. Vogliono conoscere i segni preannunciatori della fine forse per sapersi regolare o forse perché sperano che il Signore verrà a restaurare il defunto regno di Israele. Ma Gesù risponde: “Badate… (ed è un imperativo) di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: Io sono (Io sono è il nome divino) e: Il tempo è vicino. Non andate dietro a loro!” Gesù è categorico.

 Il vangelo di oggi non parla della fine del mondo, ma del “fine”, del senso della storia. Gesù indica come camminare: con perseveranza. Il cristiano non evade, non si toglie, sta in mezzo al mondo e alle sue piaghe, e se ne prende cura. Sta vicino alle croci di oggi, ma non per caso, se capita, non occasionalmente, ma come progetto, con perseveranza: “nella perseveranza salverete la vostra vita”. I giorni dell’uomo sono pena e affanno, dice il salmista, ma “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. È infinita la cura di Dio per l’uomo, l’infinitamente piccolo: un solo capello del capo interessa al Signore. Cosa c’è più affidabile di un Dio che si perde a contarti i capelli del capo? Siamo quasi al termine dell’anno liturgico e la Parola di Dio ci invita a meditare sulle ultime realtà. Guerre, rivoluzioni, carestie, persecuzioni e altri avvenimenti tristi sono situazioni tipiche e ricorrenti da cui il vero discepolo di Cristo non si lascia spaventare, perché ha posto la sua fiducia nella parola di Dio e non nei “profeti di sventura”. Le difficoltà che si incontrano nella vita sono occasioni per dimostrare la nostra saldezza nella fede e la concretezza della nostra carità. Perseverare nell’attesa è il segreto della salvezza per l’incontro finale con l’amore di Dio. Il tempo che ci separa dalla fine è il tempo della testimonianza (tale è il significato della parola “martirio” in greco), in cui si esperimenta la vicinanza di Dio e il suo amore, che non abbandona il discepolo, ma gli è accanto anche suggerirgli le parole di fronte ai persecutori. Gesù ci incoraggia a rimanere fedeli a lui fino alla fine: così egli trasformerà le nostre infelicità e paure e persino la morte in una risurrezione gloriosa.

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Al di là di profeti ingannato­ri, anche se l’odio sarà do­vunque, ecco quella espres­sione struggente: Ma nem­meno un capello del vostro ca­po andrà perduto. Nel caos della storia lo sguardo del Signore è fisso su di me, non giudice che in­combe, ma custode innamo­rato di ogni mio frammento. Il vangelo ci conduce sul cri­nale della storia: da un lato il versante oscuro della violen­za, il cuore di tenebra che di­strugge; dall’altro il versante della tenerezza che salva.

…è pregata

Signore nel caos della storia aiutami a non cedere allo scoraggiamento e a vivere ogni giorno nel servizio e nell’amore. Dammi il dono della perseveranza per attraversare con la Tua luce le situazioni buie dell’esistenza. Amen.

…mi impegna

In questa lotta contro il male, contro la potenza mortifera e omicida presente nella storia e nella natura, ” con la vostra perseveranza salverete la vo­stra vita”. La vita – l’umano in noi e negli altri – si salva con la perseveranza. Non nel di­simpegno, nel chiamarsi fuo­ri, ma nel tenace, umile, quo­tidiano lavoro che si prende cura della terra e delle sue fe­rite, degli uomini e delle loro lacrime. Perseveranza vuol dire: non mi arrendo; nel mondo sem­brano vincere i più violenti, i più crudeli, ma io non mi ar­rendo. Anche quando tutto il lottare contro il male sembra senza esito, io non mi arren­do. Perché so che il filo rosso della storia è saldo nelle ma­ni di Dio. Il Vangelo si chiude con un’ul­tima riga profezia di speran­za: risollevatevi, alzate il ca­po, la vostra liberazione è vi­cina.
In piedi, a testa alta, liberi: co­sì vede i discepoli il vangelo.
Sollevate il capo, guardate lontano e oltre, perché la realtà non è solo questo che si vede: viene un Liberatore, un Dio esperto di vita. Sulla terra intera e sul picco­lo campo dove io vivo si scaricano ogni giorno ro­vesci di violenza, cadono piogge corrosive di menzo­gna e corruzione. Che cosa posso fare? Usare la tattica del contadino. Rispondere alla grandine piantando nuovi frutteti, per ogni rac­colto di oggi perduto impe­gnarmi a prepararne uno nuovo per domani. Semi­nare, piantare, attendere, perseverare vegliando su o­gni germoglio della vita che nasce.


Lunedì 18 Novembre 2019 > Lunedì della Trentatreesima Settimana

Liturgia della Parola > 1Mac 1,10-15.41-43.54-57.62-64; Sal 118; Lc 18,35-43

La Parola del Signore …è ascoltata

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

…è meditata

Gesù sta per giungere al termine del suo viaggio. È ormai vicino a Gerico, l’ultima città prima di Gerusalemme. Sulla strada vi è un cieco che chiede l’elemosina. Costui, sentendo molto rumore, domanda cosa stia accadendo. Gli “annunciano” che sta passando Gesù di Nazarethh. Quell’uomo ha necessità che qualcuno gli parli di Gesù perché da solo non vede. Tutti abbiamo bisogno che qualcuno ci comunichi Gesù, ci parli di lui, perché noi, ripiegati nel nostro mondo, siamo come ciechi. Ebbene, quel cieco, ascoltando l’annuncio della vicinanza di Gesù, comprese che era diverso dagli altri passanti. Quanti ne aveva sentiti passare accanto, magari lasciare anche un’offerta e poi continuare per la loro strada! Quel giorno comprese che Gesù poteva guarirlo. Per questo immediatamente si mise a pregare. Era una preghiera semplice, ma vera, perché partiva dal bisogno di riavere la vista. Gesù ascolta quella preghiera, si ferma e se lo fa condurre. E il dialogo che si intreccia tra Gesù e il cieco si conclude con la guarigione. Quel cieco non solo vede Gesù con gli occhi, lo vede soprattutto con il cuore: si mette infatti a seguirlo. È davvero un esempio per tutti noi.

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“Bartimeo è presentato come modello. Egli non è cieco dalla nascita, ma ha perso la vista: è l’uomo che ha perso la luce e ne è consapevole, ma non ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con Gesù e si affida a Lui per essere guarito. Infatti, quando sente che il Maestro passa sulla sua strada, grida: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» Nell’incontro con Cristo, vissuto con fede, Bartimeo riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la pienezza della propria dignità: si rialza in piedi e riprende il cammino, che da quel momento ha una guida, Gesù, e una strada, la stessa che Gesù percorre. L’evangelista non ci dirà più nulla di Bartimeo, ma in lui ci presenta chi è il discepolo: colui che, con la luce della fede, segue Gesù «lungo la strada».

Papa Francesco

…è pregata

Quante volte ci converrebbe ripetere la stessa esclamazione di Bartimèo! «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» (Lc 18-37). È così utile per la nostra anima riconoscere i nostri limiti e sentirci indigenti! Il fatto è che lo siamo e che, sfortunatamente, poche volte lo riconosciamo davvero. Signore, liberaci dalla cecità del cuore, liberaci dall’egoismo cosicché possiamo vedere tutto e tutti col tuo sguardo di amore. Amen.

…mi impegna

Bartimeo ci richiama a una preghiera autentica che qui prima è di supplica e poi di lode. Ciò che si evidenzia nel brano è il fatto che non solo il cieco grida al Signore Gesù il suo bisogno di vedere, ma persevera in questo grido e lo ripete nonostante la gente attorno lo sgridi e minacci. C’è dunque una grossa fiducia in questo poveretto che è cosciente di due cose: del suo brutto male di cecità e dell’onnipotenza di Gesù, “figlio di Davide” che significa il Messia, il Figlio di Dio promesso dai profeti. Ma la sua preghiera, appena riacquistata la vista, diventa la gratuità, lo stupore, la gioia della lode. Ed essa fiorisce mentre colui che ora vede ha preso subito a seguire Gesù.


Martedì 19 Novembre 2019 > Martedì della Trentatreesima Settimana

Liturgia della Parola > 2Mac 6,18-31; Sal 3; Lc 19,1-10

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

…è meditata

Oggi il vangelo ci presenta una scena commovente, ricca di perdono e di intimità: la conversione di Zaccheo, uomo ricco, capo dei pubblicani, collaboratore con la potenza occupante, disprezzato dai suoi compatrioti che lo consideravano un peccatore. Zaccheo era anche un uomo irrequieto e confuso, cosciente della sua vita irregolare; forse aveva anche desiderato uscirne, ma cambiare esige sempre una scelta ardua.

Un giorno, Gesù in cammino verso Gerusalemme, passa per Gerico seguito come al solito da una grande folla. Zaccheo intuisce che questo uomo è un personaggio singolare e vuole vederlo. Quindi corre avanti e sale su un sicomoro per osservare meglio perché piccolo di statura. Arriva Gesù, lui che conosce il cuore di ognuno e la sete di Dio che ne sta sovente nascosta; guarda in alto e lo chiama per nome: “Zaccheo scendi subito, perché oggi devo fermarmi in casa tua”. In quel momento Zaccheo si percepisce accettato per ciò che è, senza pregiudizi, senza condizioni, e forse per la prima volta in vita sua.

Il gesto delicato di Gesù è quanto mai significativo: nonostante la mormorazione della folla, egli si fa invitare a casa, mangia con Zaccheo, stringe un rapporto di amicizia che apre il suo cuore ad accogliere il momento di salvezza: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”.

La risposta di Zaccheo è pronta e entusiasta: “Ecco Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Nella forza della salvezza e nel calore dell’amicizia con Gesù, Zaccheo trova la forza per uscire dal circolo vizioso di solitudine e di rifiuto in cui si dibatteva. Zaccheo è diventato un uomo nuovo, un discepolo di Gesù Cristo. La conversione di Zaccheo è la storia di ogni persona.

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Anche tu, Zaccheo, piccolo di statura e per giunta pubblicano, un pulviscolo, una goccia di rugiada che riposa al mattino sulla terra. E chi dovrebbe accorgersi di te? Chi dovrebbe avere un pensiero per te? Ebbene, quel rabbi che raccontava col suo volto i sogni di Dio aveva proprio alzato lo sguardo su di lui. Alzato in tutti sensi, alzato da tutti i giudizi e pregiudizi della gente.

Don Angelo Casati

…è pregata

Che io sappia di essere piccolo come Zaccheo, Signore Gesù, – piccolo di statura morale – ma dammi un po’ di fantasia per trovare il modo di alzarmi un poco da terra spinto dal desiderio di vederti passare, di conoscerti e di sapere chi sei tu per me. Signore Gesù, fa’ che io mi riconosca nel primo dei pubblicani, dei peccatori, quanto al disonesto accumulare tante cose di mio gusto, tante false sicurezze; fa’ che io mi riconosca fra i pubblicani, ma mettimi in cuore una sana inquietudine, almeno un po’ di curiosità per cercare te! Signore Gesù, so che devi passare dalle mie parti, dove sono io, tu devi passare di qui: sei venuto apposta! Ti prego, fammi trovare un albero, fammi trovare qualcuno che io ritenga più alto, migliore di me, per valermi della sua statura e cercare di vedere te, soprattutto per farmi vedere da te, e sentirmi da te chiamare per nome. Che stupore! Come mi conosci? Chi ti ha parlato di me? Signore Gesù, ti prego, dimmi che oggi ti vuoi fermare da me in casa mia, come ospite, come amico che non parte più. Vieni, Signore Gesù, a riempire di gioia la mia vita liberandomi dal peso ingombrante di ciò che sono e di ciò che possiedo da solo. Sì, soprattutto liberandomi dal peso ingombrante di ciò che sono – o che ritengo di essere – e di ciò che egoisticamente possiedo. Vieni a darmi l’entusiasmo di essere povero nel cuore e ricco soltanto di te.

…mi impegna

Se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti. Pensa che qualcuno ti aspetta perché mai ha smesso di ricordarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come ha fatto Zaccheo, sali sull’albero della voglia di essere perdonato; io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare! Ricordatelo bene, così è Gesù.

Papa Francesco all’Angelus del 3 novembre 2013


Mercoledì 20 Novembre 2019 > Mercoledì della Trentatreesima Settimana

Liturgia della Parola > 2Mac 7,1.20-31; Sal 16; Lc 19,11-28

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”». Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

…è meditata

“Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi” – ecco il dramma che Gesù ci lascia intravedere attraverso la parabola delle mine. Ed è il dramma del rifiuto di Dio. Sembra, a prima vista, che questa sia una nota secondaria rispetto all’evolversi del racconto della parabola caratterizzato dalla necessità di impiegare bene le mine, ossia i doni di Dio. Invece questa nota potrebbe essere il perno di tutto. Sì, perché impiegare bene le mine significa accettare innanzi tutto di essere “servi”. Ma per accettare di essere servi bisogna maturare la consapevolezza del nostro dipendere da Dio, percependo di essere innestati in Lui come il tralcio alla vite, dunque a Lui uniti e sottomessi, senza per questo sentirsi dimezzati. Ma concretamente come devo accogliere la signoria di Dio nella mia vita? Cosa devo mettere in atto? Il testo dice che “i cittadini odiavano quest’uomo di nobile stirpe”. Non solo: si rifiutavano di contattarlo direttamente, gli mandavano ambascerie. Dunque, far regnare Dio su di noi, significa amarlo e contattarlo. Amarlo con tutto il cuore, senza finzioni, e contattarlo nella Sua Parola, fedelmente e direttamente, ogni giorno, come faremo anche oggi, con gli occhi puntati sulla splendida icona della lavanda dei piedi per contemplare la sua divina regalità china sull’uomo, a servire, “fino alla fine”.

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Le parole di una mistica
Perché Dio sia veramente il nostro re, eclissiamoci, dimentichiamoci, siamo soltanto la lode della sua gloria.

Sr Elisabetta della Trinità

…è pregata

Donaci, Signore, di far fruttare i doni che ci hai dato, di avere un cuore largo e generoso come il tuo, Dio che ami la vita. Concedimi di fare, nel tempo che Tu mi dai, ciò che è a Te gradito! Amen.

…mi impegna

Più che lamentarci di ciò che hanno gli altri e che a noi manca e soffrire per i nostri limiti (veri o presunti), siamo riconoscenti a Dio per i doni con cui ha arricchito la nostra vita e la libertà e fantasia con cui li possiamo realizzare concretamente. Per il successo dell’immensa opera della creazione, Dio ha bisogno di una cosa sola: che tu faccia del tuo meglio. Se tu dai quello di cui sei capace di dare, sarai unito al massimo grado all’azione creatrice. Non potresti essere un servo più utile. Chiediamo a Lui di non cedere alla pigrizia, allo scoraggiamento, ma di proseguire con coraggio e fiducia nel suo aiuto continuo e nella nostra intelligenza e buona volontà


Giovedì 21 Novembre 2019 > Presentazione al Tempio della Beata Vergine Maria – Giornata delle claustrali

Memoria mariana di origine devozionale, si collega a una pia tradizione attestata dal protovangelo di Giacomo. La celebrazione liturgica, che risale al secolo VI in Oriente e al secolo XIV in Occidente, dà risalto alla prima donazione totale che Maria fece di sé, divenendo modello di ogni anima che si consacra al Signore.

Oggi contempliamo una bambina che si dà completamente al Signore. La Chiesa ha capito che l’atteggiamento di Maria all’annunciazione non era una improvvisazione e che nella sua anima l’offerta andava preparandosi da tempo, si era già progressivamente realizzata. E commovente vedere una bambina attirata dalla santità di Dio, che vuoi darsi a Dio, una bambina che capisce che l’opera di Dio è importante, che bisogna mettersi al servizio di Dio, ciascuno con le proprie capacità, aprirsi a Dio; una bambina che capisce che non si può compiere l’opera di Dio senza essere santificati da lui, senza essere consacrati da lui, perché non è possibile neppure conoscere la volontà di Dio, se il peso della carne ci chiude gli occhi.

Maria realizzava quello che san Paolo più tardi proporrà come ideale dei cristiani: offrire se stessi: “Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio… Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio” (cfr. Rm 12,12).

Liturgia della Parola > 1Mac 2,15-29; Sal 49; Lc 19,41-44

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

…è meditata

Gesù è vero Dio e vero Uomo e il suo pianto alla vista di Gerusalemme ci commuove e ci sconcerta. Ci commuove perché ci ricorda il suo essersi fatto uno di noi, il voler condividere la nostra umanità in tutte le sue espressioni tranne che nel peccato e ce lo fa sentire tanto vicino a noi! Ci sconcerta perché il suo è un pianto di rammarico nei confronti della città eletta: “Se avessi compreso anche tu quello che porta alla pace!”, un pianto che rivela la sua impotenza e la passione di Dio per l’uomo. Egli ha cacciato demoni, guarito malati, convertito pubblicani e peccatori, risuscitato morti. Di fronte, però, a questa città il suo potere ha dei limiti e incontra resistenza. Egli ha tanto rispetto per dell’uomo, che preferisce piangere impotente piuttosto che togliere alla creatura umana la sua libertà. Il suo pianto è l’ultimo invito alla conversione per la città ostinata ne rifiutarlo. Le parole che Gesù rivolge a Gerusalemme non sono minacce, né la sua distruzione sarà castigo di Dio. Dio è misericordioso e perdona. Le parole di Gesù sono una constatazione sofferta del male che il popolo fa a se stesso. Il male, dal quale mette inutilmente in guardia Gerusalemme, ricadrà infatti su di lui. In croce, sarà assediato, angustiato e distrutto da tutta la cattiveria del mondo e dall’abbandono di tutti. Il pianto di Gesù esprime la sua debolezza estrema, che è la forza dell’amore, che portò lui alla croce e noi alla salvezza. Ma la sorte di Gerusalemme che cade su stessa è un ammonimento per la sorte dell’intera umanità di oggi, che pur avendo raggiunto livelli di progresso importanti, avendo estromesso Dio, rischia di precipitare in un baratro profondo! Senza Dio il nostro orizzonte si fa sempre più fosco e minaccioso.

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Le lacrime impotenti di Gesù, figura della sua morte, esprimono la potenza di un amore senza limiti. L’amore muore perché non è amato. Il pianto di Gesù rivela il mistero più grande di Dio: la sua passione per noi! Quel popolo amato, quella città santa che, per la durezza del suo cuore, per la presunzione della sua mente e per l’orgoglio della sua vita, non l’ha riconosciuto! E Dio, di fronte alla nostra libertà, alle nostre scelte, si ferma e l’unica cosa che può fare è piangere! Il pianto esprime l’impotenza davanti al rifiuto, ma rivela pure la grandezza di un amore fedele anche nell’infedeltà.

…è pregata

Signore, chissà quante volte mi hai visitato con incontri ed eventi, e io non ti ho riconosciuto! Ha ragione S. Agostino, quando dice “Temo il Signore che passa”. Si, temo di non riconoscerti e di vivere situazioni particolari non come occasione di grazia, ma come allontanamento da Te. Che io sappia riconoscerti, Signore e dire con S. Paolo VI: “Tutto è dono, tutto è grazia!”. Amen.

…mi impegna

Gesù parla non della pace, comunque, ma della “via della pace”. Costruire la pace attraverso la fiducia vuol dire lavorare a conoscersi per scoprire il positivo che c’è in ciascuno; vuol dire ascoltarci e comprenderci. Vuol dire guardarci con amore, coprendo con la misericordia gli eventuali errori passati, e accettarci gli uni gli altri per costruire una base comune di rispetto, di stima e di fiducia reciproca.

Chiara Lubich


Venerdì 22 Novembre 2019 > Santa Cecilia, vergine e martire

Sec. II-III

Al momento della revisione del calendario dei santi tra i titolari delle basiliche romane solo la memoria di santa Cecilia è rimasta alla data tradizionale. Degli altri molti sono stati soppressi perché mancavano dati o anche indizi storici riguardo il loro culto. Anche riguardo a Cecilia, venerata come martire e onorata come patrona dei musicisti, è difficile reperire dati storici completi ma a sostenerne l’importanza è la certezza storica dell’antichità del suo culto. Due i fatti accertati: il «titolo» basilicale di Cecilia è antichissimo, sicuramente anteriore all’anno 313, cioè all’età di Costantino; la festa della santa veniva già celebrata, nella sua basilica di Trastevere, nell’anno 545. Sembra inoltre che Cecilia venne sepolta nelle Catacombe di San Callisto, in un posto d’onore, accanto alla cosiddetta «Cripta dei Papi», trasferita poi da Pasquale I nella cripta della basilica trasteverina. La famosa «Passio», un testo più letterario che storico, attribuisce a Cecilia una serie di drammatiche avventure, terminate con le più crudeli torture e conclusesi con il taglio della testa.

Liturgia della Parola > 1Mac 4,36-37.52-59; Cant. 1Cr 29,10-12; Lc 19,45-48

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.

…è meditata

Come può sopportare il mercato che occupa gli spazi del tempio? Come, dopo aver pianto sulla città? Come può accettare che l’uomo faccia diventare il rapporto con Dio una fiera? Che l’uomo si metta a mercanteggiare con Dio scambiando preghiere e riti e olocausti con favori e piaceri? Cosa ha a che vedere questa orribile idea di Dio con il volto del Padre che Gesù ha sperimentato e che continua a raccontare? Ciò che Gesù contesta è l’idea del mercanteggiare con Dio. Anche a noi succede così: andiamo a messa, preghiamo, ci accostiamo ai sacramenti con l’idea che ciò rappresenti una specie di assicurazione sulla vita, di protezione specifica dai malanni e dagli imprevisti della vita… Non mercanteggiamo con Dio, è un Padre che sa benissimo di cosa abbiamo bisogno! La preghiera, allora, diventa consapevolezza di ciò di cui abbiamo veramente necessità. E il culto diventa il luogo dell’incontro con Dio che mi permette di riconoscerlo presente nelle altre dimensioni della vita. La delusione diventa rabbia e la rabbia diventa azione, eccesso, follia. Hai ragione, Maestro, troppo spesso trasformiamo la nostra fede in mercato, trattiamo Dio come se dovessimo comprare qualcosa, convincerlo a farci un buon prezzo, convinti che debba, alla fine, darci una mano. Hai ragione: quanto è piccina la nostra idea del Padre, quando anche le nostre chiese diventano dei luoghi di culto senza essere luoghi di incontro fra noi e il Padre. Hai ragione: anche se discepoli, anche se operai che lavorano nella tua vigna, a volte pensiamo che in fondo possiamo ragionevolmente contrattare con te per strappare qualche favore. Ribalta pure i nostri tavoli, scuotici, arrabbiati, richiamaci ancora all’essenziale!

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C’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’arte della preghiera. Sappiamo bene che anche la preghiera non va data per scontata. Sì, carissimi Fratelli e Sorelle, le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche « scuole » di preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero « invaghimento » del cuore. Una preghiera intensa, dunque, che tuttavia non distoglie dall’impegno nella storia: aprendo il cuore all’amore di Dio, lo apre anche all’amore dei fratelli, e rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio.18ci si sbaglierebbe a pensare che i comuni cristiani si possano accontentare di una preghiera superficiale, incapace di riempire la loro vita. Specie di fronte alle numerose prove che il mondo d’oggi pone alla fede, essi sarebbero non solo cristiani mediocri, ma « cristiani a rischio ». Correrebbero, infatti, il rischio insidioso di veder progressivamente affievolita la loro fede, e magari finirebbero per cedere al fascino di « surrogati », accogliendo proposte religiose alternative e indulgendo persino alle forme stravaganti della superstizione.

San Giovanni Paolo II

…è pregata

O Signore, donami la forza di scacciare dal mio cuore il peccato e di aprirlo alla sincerità, per incontrarti nella preghiera e nell’Eucaristia.

…mi impegna

Quanto è attuale anche ai nostri giorni questo insegnamento di Gesù! Purtroppo l’incontro domenicale di molti nostri fedeli nella chiesa, si riduce sovente a una presenza formale ed esteriore, distratta e svagata, fatta di preghiere ripetute in formule stereotipate, e non un vero incontro nella preghiera! Le nostre chiese hanno bisogno di purificarsi da forme di pietà superficiali e devozionalistiche, e di liberarsi dai mercanti che strumentalizzano la Chiesa. Esse devono tornare ad essere una vera casa di preghiera, come ci ha insegnato Gesù nel suo Vangelo!


Sabato 23 Novembre 2019 > Sabato della Trentatreesima Settimana

Liturgia della Parola > 1Mac 6,1-13; Sal 9; Lc 20,27-40

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

…è meditata

Nel vangelo di oggi è presentata una situazione paradossale, un tranello, al solito, teso a Gesù per metterlo in difficoltà. La risposta di Gesù al banale trabocchetto tesogli dai sadducei, è un colpo d’ala stupendo che trasporta in alto, fuori da tutti i cavilli teologici su cui si fondava la controversia. E prima confuta la visione che i farisei avevano della risurrezione, che li portava a pensare che i morti continuassero nella nuova vita le abitudini della vita terrena. Una tale fede veniva colpita e giustamente ridicolizzata dai sadducei. Poi, citando la Scrittura: Dio è Dio dei vivi, non dei morti e tutti vivono per Lui, mette questi ultimi a tacere! Luca si preoccupa di chiarire un equivoco di fondo: “risurrezione” non significa affatto rianimazione di un cadavere o prolungamento della vita terrena, o fotocopia abbellita dell’esistenza presente. Si tratta invece di una vita nuova, ove entra tutto l’uomo vivente, non solo lo spirito, ma anche la sua carne trasfigurata. Dio ama la vita, e quindi, oltre la soglia della morte, ci attende per la risurrezione: il suo amore supera ogni barriera, ci dona una vita in cui ci riconosciamo tutti suoi figli non più connessi a legami corporei: è superata una logica umana che non vede il mistero e l’immensa potenza rinnovante di Dio.

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Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata.

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“Siamo nati e non moriremo mai più”

Chiara Corbella Petrillo

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La vita è come un ricamo di cui noi vediamo il rovescio, la parte disordinata e piena di fili. Di tanto in tanto, però, la fede ci permette di vedere un lembo della parte dritta. Io non so cosa ha preparato Dio, ma è sicuramente qualcosa che non possiamo perdere, e ci ricorda di dare il giusto valore a ogni piccolo o grande gesto quotidiano.

…è pregata

Signore Gesù, tu ci hai svelato un Dio vivo che ama la vita e le gioie e che tutti ci attende nella pienezza del Regno: donaci di vivere la nostra vita da figli della Resurrezione, perché, ora e sempre, compiamo gesti di vita intorno a noi. Amen.

…mi impegna

Il nostro è un Dio vivo, che agisce, interviene, irrompe nella Storia (anche nella nostra piccola storia) per indirizzarla verso la pienezza. E noi viviamo in lui. La vita che portiamo nel cuore, il desiderio di felicità e di bene, l’anelito alla pienezza sono suo dono. Viviamo da vivi! Farò in modo di vivere nell’amore, testimoniando con i gesti e con le parole un Dio vivo e sperimentando fin d’ora la vita nuova che ci attende.


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