Sete di Parola di Questa Settimana

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Sete di Parola dal 21 al 27 Luglio 2019


Quindicesima Settimana del Tempo Ordinario dell’Anno C

Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.

a cura di Don Claudio Valente

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Domenica 21 Luglio 2019 > Domenica della Sedicesima Settimana

Liturgia della Parola > Gn 18,1-10; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

…è meditata

Non è cosa di tutti i giorni avere ospite Gesù, il Rabbì di Nazereth. La sua personalità, i racconti dei suoi discorsi e dei suoi prodigi girano di bocca in bocca e la sua notorietà si è diffusa in tempi record. Marta è felice e orgogliosa di questa visita speciale. Tutto dev’essere perfetto. Casa ordinata e accogliente. Cena ben preparata e servita come si deve. Non si può certo fare brutta figura. Marta è emozionata, agitata, indaffarata.

Ecco che arriva l’ospite. Ecco Gesù. Un saluto veloce, un augurio di pace, e poi via sistemare le ultime cose.

Maria, sorella della padrona di casa, si siede ai piedi dell’ospite atteso e ascolta la sua parola. Di lei non si dice nulla, se non questa disponibilità. La penna attenta di Luca la dipinge con gli atteggiamenti del discepolo ideale: seduto, ascolta la Parola (cfr At 22,3).

Vorrei sottolineare l’originalità di questa scena casalinga, in cui Gesù non si fa nessun problema a far visita alla casa di due donne e per giunta si metta ad insegnare. La tradizione dei rabbini era molto rigida a riguardo: le donne non erano ammesse alle assemblee liturgiche e a loro era negata la partecipazione a qualsiasi forma di lettura e commento delle Scritture Sacre.

Al centro di questo brano di Vangelo sta il dialogo tra Marta e Gesù, dialogo spesso frainteso. Marta chiede a Gesù di smuovere la sorella, perché l’aiuti nel servizio. Ma la domanda lascia trasparire un velato rimprovero allo stesso Gesù, che non si cura che la sorella l’abbia abbandonata nei lavoro domestici per stare seduta ai suoi piedi.

La risposta del Rabbì è affettuosa, ma allo stesso tempo decisa. Marta si agita, si preoccupa, va in ansia per il suo servizio, perde di vista ciò che è davvero importante. Qui sta l’affondo di Gesù: il fare diventa pericoloso quando si trasforma in ansia e agitazione, quando fa perdere di vista il significato ultimo di quello che si sta facendo.

Una sola è la cosa di cui c’è bisogno, dice Gesù. E’ quella scelta da Maria, è quella che non sarà mai tolta: è l’ascolto della Parola.

Tutto, per essere vero e fecondo, deve partire e ritornare all’ascolto della Parola di Dio, all’intimità incandescente con lo Spirito. Non c’è contrapposizione tra azione o contemplazione, non è certo questa l’intenzione di Gesù. Si tratta di stabilire delle priorità, di riconoscere delle gerarchie che sottraggano alla confusione e alla dispersione.

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Tenuto conto che l’ospitalità era sacra per gli ebrei, Marta accoglie Gesù in casa e si sente tutta la responsabilità di avere un ospite. La questione è che Chi è entrato quel giorno in casa delle due sorelle è Gesù, Figlio di Dio, venuto non per essere servito, ma per servire. Papa Francesco ha detto: “per ciascun discepolo è essenziale spendere tempo con il Maestro, ascoltare le sue parole, imparare sempre da lui”. Marta rimane immischiata nei molti servizi, è affannata e ansiosa.

…è pregata

Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che risuona ancora nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli. 

…mi impegna

Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose. Gesù, affettuosamente, rimprovera Marta. E lo fa contraddicendo non il servizio, ma l’affanno; non contestando il cuore generoso, ma l’agitazione.

Quelle parole ripetono a tutti noi: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, che affanna, che toglie libertà e distoglie dal volto degli altri.

Marta – sembra dirle Gesù – prima le persone, poi le cose. Non sopporta che sia confinata in un ruolo di servizio, affogata nei troppi impegni: tu, le dice, sei molto di più; tu puoi stare con me in una relazione diversa. Tu puoi condividere con me pensieri, sogni, emozioni, conoscenza, sapienza, Dio.

«Maria ha scelto la parte migliore», si è liberata e ha iniziato dalla parte giusta il cammino che porta al cuore di Dio, dall’ascolto. Perché Dio non cerca servitori, ma amici; non cerca delle persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose, che lo lasci essere Dio.


Lunedì 22 Luglio 2019 > Santa Maria Maddalena, Apostola degli Apostoli – Festa

Liturgia della Parola > Ct 3,1-4a; Sal 62; Gv 20,1-2.11-18

La Parola del Signore …è ascoltata

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

…è meditata

Maria Maddalena, venuta al sepolcro, e non trovandovi il corpo del Signore, pensò che fosse stato portato via e riferì la cosa ai discepoli. Essi vennero a vedere, e si persuasero che le cose stavano proprio come la donna aveva detto. Di loro si afferma subito: «I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa»; poi si soggiunse: «Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva». In questo fatto dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trasfigurato. Accadde perciò che poté vederlo essa sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della Verità: «Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato». Cercò dunque una prima volta, ma non trovò, perseverò nel cercare, e le fu dato di trovare. Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiungessero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri.
Ha provato questo ardente amore chiunque è riuscito a giungere alla verità. Così Davide che dice: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?». E la Chiesa dice ancora nel Cantico de Cantici: Io sono ferita d’amore. E di nuovo dice: L’anima mia è venuta meno.
«Donna perché piangi? Chi cerchi?». Le viene chiesta la causa del dolore, perché il desiderio cresca, e chiamando per nome colui che cerca, s’infiammi di più nell’amore di lui. «Gesù le disse: Maria!». Dopo che l`ha chiamata con l’appellativo generico del sesso senza essere riconosciuto, la chiama per nome come se volesse dire: Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale. Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il Creatore e subito grida: «Rabbunì», cioè «Maestro»: era lui che ella cercava all’esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca.

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Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia;
l’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi alzerò e farò il giro della città
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l’amore dell’anima mia.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città:
“Avete visto l’amore dell’anima mia?”.
Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l’amore dell’anima mia». 

CANTICO DEI CANTICI

…è pregata

Dio, onnipotente ed eterno, il tuo Figlio ha voluto affidare a Maria Maddalena il primo annunzio della gioia pasquale, fa’ che per il suo esempio e la sua intercessione proclamiamo al mondo il Signore risorto, per contemplarlo accanto a te nella gloria. 

…mi impegna

Maria maddalena ci insegna la forza di cercare il Signore. E lui ci mostra che, anche quando i nostri occhi non lo riconoscono, non lo vedono, egli è sempre con noi.


Martedì 23 Luglio 2019 > Santa Brigida di Svezia, religiosa e fondatrice Patrona d’Europa

Una delle patrone d’Europa, insieme alla sua contemporanea medioevale Caterina da Siena, è santa Brigida da Svezia, madre e religiosa, che oggi celebriamo con gioia. Dopo Santa Maria Maddalena, oggi la Chiesa celebra un’altra donna straordinaria, di quelle donne così poco considerate da una società e una cultura spesso maschiliste e che, pure, nella logica di Dio hanno più volte salvato l’annuncio del Vangelo. Quando gli uomini di Chiesa, in questo caso intesi proprio come maschi, combinano pasticci e si allontanano da Dio, quando i re e gli imperatori se le danno di santa ragione per mostrare la loro virilità, ecco che lo Spirito Santo invia in mezzo a noi, donne brucianti d’amore e di verità come fu Brigida. Nata in Svezia, diventata moglie molto giovane, ebbe otto figli che educò alla fede cristiana. Per questioni di parentela abitò anche presso la corte dando consigli prudenti ai reali. Dopo un pellegrinaggio a Compostela fatto con suo marito, i figli ormai sufficientemente grandi, presero entrambi la decisione, possibile allora, di ritirarsi in monastero. In quel periodo Brigida fu destinataria di molte rivelazioni da parte di Gesù: accesa di passione iniziò a girare l’Europa ammonendo e consigliando. Ne aveva per tutti: re e principi e papi. Giunse fino a Roma e in Terrasanta e la sua passione per Cristo ancora ci illumina.

Liturgia della Parola > Gal 2,19-20; Sal 33; Gv 15,1-8

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

…è meditata

Sono parole forti e dure quelle di Gesù: “senza di me non potete fare nulla”. Non dice che faremo le cose male o a metà, ma proprio che non faremo nulla. E’ proprio così, me ne convinco sempre di più: possiamo correre dalla mattina alla sera, fare mille cose, impegnarci lodevolmente in molte attività, ma se tutto questo è fatto senza di Lui, non è nulla. Non conta niente.

Lo dicevo l’altro giorno ad un’amica affaccendata in mille imprese: vale più un passo con Gesù, che una maratona senza di Lui.

In poche righe viene ripetuto per sei volte il verbo “rimanere”. Mi piace questa insistenza, perché fa vacillare tutte le presunte dichiarazioni di assoluta autonomia di cui spesso ci gonfiamo e che sono la causa di molti nostri fallimenti e delusioni. Oggi Gesù ce lo dice chiaramente, senza giri di parole: non basti a te stesso, non sei tu la fonte della gioia, non sei tu che ti doni la pienezza della vita. Gesù ci mette in guardia: se stati affogando non puoi pretendere di salvarti tirandoti su per i capelli… Il Signore Risorto ci invita a rimanere con Lui, a gustare questa stupenda e dolcissima dipendenza, a fare dell’intimità con Lui il luogo più vero della nostra persona, a sperimentare che solo Lui può saziare i desideri più insaziabili della nostra vita. Tutto questo richiede coraggio, lo so. Richiede di abbandonare un po’ di difese, di fidarsi, di mettersi nudi nella mani di Dio. Ma soprattutto questo cammino ci chiede di non sentirci mai arrivati e mai a posto, per questo Gesù dice di “diventare discepoli”. Si diventa discepoli giorno dopo giorno, con la fedeltà nascosta e luminosa nella preghiera; con il desiderio appassionato di portare in famiglia, al lavoro, nella scuola, tra le persone più care, la novità travolgente del Vangelo.

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Ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto. Potare la vite non significa amputare, bensì togliere il superfluo e dare forza; ha lo scopo di eliminare il vecchio e far nascere il nuovo. Qualsiasi contadino lo sa: la potatura è un dono per la pianta. Così il mio Dio contadino mi lavora, con un solo obiettivo: la fioritura di tutto ciò che di più bello e promettente pulsa in me.

…è pregata

O Dio, che hai guidato Santa Brigida nelle varie condizioni della sua vita
e, nella contemplazione della passione del tuo Figlio, le hai rivelato la sapienza della croce, concedi a noi di cercare te in ogni cosa, seguendo fedelmente la tua chiamata.

…mi impegna

Due sono le parole centrali: rimanete in me, per portare frutto. Come si fa per restare in lui? Noi non siamo dei mistici. Eppure è facile, accade con Gesù come con tutte le relazioni: si tratta di ascoltare quella parola che rende puri, mangiare il pane, guardare il volto, aprire canali a quella linfa’, e poi parlare a lui, ogni giorno (e se non hai nulla da dirmi, parlami lo stesso, anche solo per dirmi che non hai nulla da dire). Si tratta di percorrere tenacemente i sentieri che portano alla casa dell’amico, perché non si riempiano di rovi e di spine e non si cancellino.


Mercoledì 24 Luglio 2019 > Mercoledì della Sedicesima Settimana

Liturgia della Parola > Es 16,1-5. 9-15; Sal 77; Mt 13,1-9

La Parola del Signore …è ascoltata

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

…è meditata

Il Vangelo ci presenta Gesù lungo il mare di Galilea, costretto a salire su di una barca a motivo della numerosissima folla radunatasi attorno a lui. E narra una parabola importante. E, caso raro nei Vangeli, la spiega lui stesso. Il senso di fondo della parabola è chiaro: si deve vivere dell’ascolto del Vangelo e non della propria presunzione. Il seminatore esce per seminare e a larghe bracciate getta il seme. Sembra non preoccuparsi di scegliere il terreno, visto che molti semi vanno perduti. Solo quelli che cadono sulla terra buona danno frutto. Gesù, anche se non lo dice, si paragona al seminatore. E’ sua, tipicamente sua, certo non nostra, la generosità nello spargere il seme. Quel seminatore non è un misurato calcolatore; e, per di più, sembra riporre fiducia anche in quei terreni che sono più una strada o un ammasso di pietre che una terra arata e disponibile. Eppure anche là il seminatore getta la semente, sperando che attecchisca. Certo è che tutto il terreno è importante per il seminatore. In effetti non c’è parte di questa terra che egli non consideri degna di attenzione. Nessuna porzione è scartata. Il terreno è il mondo, anche quella parte di mondo che è ciascuno di noi. Non è difficile riconoscere nella diversità del terreno la complessità delle situazioni del mondo e quelle di ciascuno di noi. Gesù non vuol dividere gli uomini e le donne in due categorie, quelli che rappresentano il terreno buono e gli altri quello cattivo. Ciascuno di noi riassume tutte le diversità di terreno riportate dal Vangelo. Magari un giorno è più sassoso e un altro meno; altre volte accoglie il Vangelo ma poi si lascia sorprendere dalla tentazione; e in un altro momento ascolta e porta frutto. Una cosa è certa per tutti: c’è bisogno che il seminatore entri nel terreno, rivolti le zolle, tolga i sassi, sradichi le erbe amare e getti con abbondanza il seme. Il terreno, che sia sassoso o buono, quasi non importa, deve accogliere il seme, ossia la Parola di Dio. Essa è sempre un dono. Ma pur venendo da fuori entra così profondamente nel terreno da diventare una cosa sola con esso. Le nostre mani, abituate forse a toccare cose che giudichiamo grandi di valore, considerano poco questo piccolo seme. Quante volte abbiamo ritenuto ben più importanti le nostre tradizioni e le nostre convinzioni rispetto alla debole e fragile parola evangelica! Eppure, come nel piccolo seme è raccolta tutta la forza che porterà alla pianta futura, così nella parola evangelica risiede l’energia che crea il nostro futuro e quello del mondo. L’importante è non contrastarla.

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Gesù, che è nato a Betlemme, che vuol dire “casa del pane”, è quel chicco di grano che, caduto in terra, preferisce non rimanere nella solitudine, ma sceglie di morire per dare alla nostra vita frutto abbondante: vedere spuntare lo stelo e poi la spiga e in essa tantissimi chicchi, presagio di gioia, pace, forza, consolazione, speranza, lode, ringraziamento.

…è pregata

Ti offriamo, o Signore, la nostra giornata: rendila terreno accogliente della tua presenza, perché il regno instaurato da Gesù si diffonda in tutta la terra. Per lo stesso Cristo nostro Signore. Amen.

…mi impegna

Semina…semina
Quello che conta è seminare… semina con un tuo sorriso, con un tuo saluto.
Semina con un tuo dolce sguardo, con un caloroso abbraccio.
Semina in ogni occasione e circostanza con coraggio ed entusiasmo!
Semina con fede, ma soprattutto con amore;
così che il tuo seminare diventi fecondo.
E se il seme cadrà su un terreno arido senza produrre né frutto né fiori,
rimarrà comunque in te la gioia d’aver seminato.


Giovedì 25 Luglio 2019 > San Giacomo il Maggiore, apostolo

E’ detto “Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo. Lui e suo fratello Giovanni sono figli di Zebedeo, pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade. Chiamati da Gesù (che ha già con sé i fratelli Simone e Andrea) anch’essi lo seguono (Matteo cap. 4). Nasce poi il collegio apostolico: “(Gesù) ne costituì Dodici che stessero con lui: (…) Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanerghes, cioè figli del tuono” (Marco cap. 3). Con Pietro saranno testimoni della Trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo e della notte al Getsemani. Conosciamo anche la loro madre Salome, tra le cui virtù non sovrabbonda il tatto. Chiede infatti a Gesù posti speciali nel suo regno per i figli, che si dicono pronti a bere il calice che egli berrà. Così, ecco l’incidente: “Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono”. E Gesù spiega che il Figlio dell’uomo “è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Matteo cap. 20).
E Giacomo berrà quel calice: è il primo apostolo martire, nella primavera dell’anno 42. “Il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni”. Questo Erode è Agrippa I, a cui suo nonno Erode il Grande ha fatto uccidere il padre (e anche la nonna). A Roma è poi compagno di baldorie del giovane Caligola, che nel 37 sale al trono e lo manda in Palestina come re. Un re detestato, perché straniero e corrotto, che cerca popolarità colpendo i cristiani. L’ultima notizia del Nuovo Testamento su Giacomo il Maggiore è appunto questa: il suo martirio. Secoli dopo, nascono su di lui tradizioni e leggende. Si dice che avrebbe predicato il Vangelo in Spagna. Quando poi quel Paese cade in mano araba (sec. IX), si afferma che il corpo di san Giacomo (Santiago, in spagnolo) è stato prodigiosamente portato nel nord-ovest spagnolo e seppellito nel luogo poi notissimo come Santiago de Compostela. Nell’angoscia dell’occupazione, gli si tributa un culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno degli oppressi e addirittura un combattente invincibile, ben lontano dal Giacomo evangelico (a volte lo si mescola all’altro apostolo, Giacomo di Alfeo). La fede nella sua protezione è uno stimolo enorme in quelle prove durissime. E tutto questo ha un riverbero sull’Europa cristiana, che già nel X secolo inizia i pellegrinaggi a Compostela.

Liturgia della Parola  > 2 Cor 4,7-15; Sal 125; Mt 20,20-28

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

…è meditata

Avvicinarsi a Gesù, prostrarsi davanti a lui per chiedere dei posti di prestigio: questo fa la madre di Giacomo e Giovanni. Gesù non si scompone più di tanto e chiede ai discepoli se sono disposti a soffrire e morire per lui. Questa domanda serve a Gesù affinché il desiderio più profondo dei discepoli venga espresso. La risposta dei due fratelli si realizzerà: entrambi moriranno martiri e testimonieranno la loro fede in Gesù spargendo il loro sangue. Alla richiesta materna e allo sdegno degli altri discepoli che ne è seguito, Gesù risponde con la logica del servizio: decentrarsi, mettere il fratello al primo posto, prendersi cura di lui, spendersi, donarsi, regalarsi. Dovranno arrivare i giorni della passione, dello scandalo della croce, della fuga e della paura per comprendere che cosa significhi bere il calice. Sia Giacomo che Giovanni berranno allo stesso calice di Cristo e coroneranno con la palma del martirio la loro vita. Così ci si svela il vero valore della sofferenza e del martirio: è la partecipazione al sacrificio di Cristo, la condivisione di una crudeltà assurda che sgorga dal peccato per infliggere la morte, ma quella morte che ormai per la forza di Cristo ci conduce alla risurrezione.

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San Giacomo era ambizioso, ma Gesù purificò gradatamente lui insieme con gli altri, insegnando la via dell’umiltà, del servizio, del dono di sé, in unione alla sua offerta, per arrivare alla gloria vera.Tutti i grandi santi hanno capito la necessità di questa purificazione:

…è pregata

Dio onnipotente ed eterno, tu hai voluto che san Giacomo, primo fra gli Apostoli, sacrificasse la vita per il Vangelo; per la sua gloriosa testimonianza conferma nella fede la tua Chiesa e sostienila sempre con la tua protezione. 

…mi impegna

La festa di un apostolo ci mette in seria discussione: se formiamo in noi il vero apostolo, qualsiasi parola o azione uscirà dalle nostre labbra e dai nostri gesti dovrebbe dare buona testimonianza.


Venerdì 26 luglio 2019 > Santi Gioacchino e Anna, genitori della Vergine Maria

Pur nell’uso dei mezzi poveri, che risponde ai suo stile di azione, Dio proporziona gli strumenti ai fine, le persone all’opera. Convinta di questo, la pietà popolare ha riconosciuto la sapienza delle scelte divine, decretando un culto straordinario ai fortunati genitori di Maria, «nonni materni» di Gesù. È il Protoevangelo di Giacomo, uno scritto apocrifo dei sec. II, che dà i nomi «Gioacchino e Anna».

Liturgia della Parola Es 20,1-17; Sal 18; Mt 13,18-23

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

…è meditata

Gesù parla in parabole, utilizzando immagini e contesti molti conosciuti dai suoi uditori, Lo fa’, così spiega, per lasciare un margine di libertà, per invitare ad uno sforzo di comprensione, per superare l’immagine e lasciarsi coinvolgere. Le parabole, all’apparenza semplici ed immediate, richiedono, in realtà, uno sforzo enorme: quello dell’accoglienza e della semplicità. Quanto è complicata la semplicità! Quanto è difficile parlar semplice! Ne sappiamo qualcosa quando, ahimè, rischiamo di imbatterci in qualche zelante predicatore che da sfoggio della propria cultura teologica! Ma c’è di più: Gesù non forza la mano, non impone, non ostenta la sua verità. Sa che la verità non si impone, ma si accoglie. Perciò chiede ai suoi uditori di aprirsi profondamente all’ascolto, non vuole far sfoggio della sua cultura, né intavolare inutili e ampollose discussioni di religione. Vuole avvicinare al cuore, non all’intelligenza, i suoi uditori. Così le parabole, quasi dimesse nella loro struttura, quasi eccessivamente fragili nel confronto con la retorica e lo stile narrativo, emergono con forza dalle labbra di Gesù. Beati noi che abbiamo accolto la Parola e la coltiviamo! Beati noi che desideriamo conoscerla e meditarla! Beati noi se apriamo le orecchie del cuore senza pregiudizi, accogliendo la Parola che feconda la nostra vita e la fa germogliare!

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Dio continua a seminare la sua Parola a piene mani, esagerando, la troviamo ovunque. Possiamo trovarla stampata, organizzata in sussidi di preghiera (come questo!), scaricarla da internet, farcela arrivare gratuitamente ogni giorno sul nostro cellulare. Ma è il cuore a doversi aprire per poterla accogliere. E la volontà deve crescere per non lasciare che la Parola diventi la moda di un momento, l’entusiasmo di un tempo limitato, per non lasciare che la Parola venga soffocata dall’ansia della vita quotidiana. E se apriamo il cuore, la Parola (non noi!) in noi porterà frutto…

…è pregata

Dio dei nostri padri, che ai santi Gioacchino e Anna hai dato il privilegio di avere come figlia Maria, madre del Signore, per loro intercessione concedi ai tuoi fedeli di godere i beni della salvezza eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

…mi impegna

“Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore”

Madre Teresa di Calcutta


Sabato 27 luglio 2019 > Sabato della Sedicesima Settimana

Liturgia della Parola > Es 24,3-8; Sal 49; Mt 13,24-30

La Parola del Signore …è ascoltata

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”».

…è meditata

Quanta saggezza in Dio! Noi vorremmo fare come i contadini della parabola: pieni di zelo vorremmo estirpare le erbacce dal buon campo di grano, ammirare il biondeggiare delle spighe pensando già al raccolto. Ma non è così: chi fa il contadino sa bene che richiede fatica e costanza la coltivazione, che bisogna sempre combattere contro una natura ostile che vuole riprendersi quanto le strappiamo per il nostro fabbisogno. Così nella nostra vita spirituale; come vorremmo presentarci a Dio circonfusi di santità e di ogni virtù! Ora che abbiamo incontrato il vangelo, come vorremmo imitare le azioni eroiche dei santi e dei martiri! L’uomo vecchio, invece, continua ad abitare accanto a noi e spesso facciamo l’esperienza di un combattimento interiore che ci spinge a fare ciò che non vorremmo e che ci fa del male. È saggio, Dio, e ci invita a non voler essere troppo precipitosi: zizzania e grano convivono, in noi e nel mondo. Quando sarà il momento, quando le spighe saranno sufficientemente grandi, potremo fare le opportune cernite. Ma, e quanto mi piace questa annotazione!, corriamo il rischio di strappare le spighe. Viviamo nel discernimento e nella pazienza.

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Agli occhi di Dio il bene pesa più del male. Una spiga di buon grano conta più di tutta la zizzania.

…è pregata

Eterno Padre, ti ringraziamo per i tanti benefici con cui riempi e illumini la nostra povera storia, soprattutto l’amore con cui attendi paziente e fedele. Il tuo Figlio Gesù Cristo, morto e risorto, che ora offriamo a te in questa celebrazione, sia la nostra lode per i secoli eterni. Amen.

…mi impegna

Non scoraggiamoci se sbagliamo. Il male non è più forte del tanto bene che Dio ha seminato in noi. Dobbiamo preoccuparci non tanto dei difetti e delle debolezze, ma di nutrire principalmente un amore grande, ideali forti di bellezza, di carica vitale. E le tenebre si diraderanno e la zizzania avrà meno terreno. Dovremmo avere per noi stessi lo sguardo positivo e tenero di Dio e guardarci come il Padre celeste ci guarda. Dovremmo guardare gli altri con speranza, come spighe di buon grano.


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